Petizione su Abolizione degli esami

“Marzia ed io abbiamo creato una petizione su Change.org per l’abolizione degli esami di terza media e di maturità che fanno star male molti ragazzi in Italia senza aggiungere un reale valore alla loro valutazione che hanno costruito nel corso di anni di lavoro. Dopo tutti gli anni che hanno fatto a scuola e le verifiche sostenute gli insegnanti dovrebbero essere in grado di certificarne le competenze e lasciarli andare con una valutazione finale senza la necessità di aggiungere ulteriore stress a quello che hanno accumulato durante i vari anni (in particolar modo l’ultimo).”

Chi scrive è Alessandro, un papà.


“Non so voi, ma noi ci sogniamo ancora l’esame di maturità e di non arrivare preparati a questo inutile ostacolo che si pone ai ragazzi per la modica cifra di 80.000.000 (80 milioni) di euro e che viene superato dal 99,1% degli studenti (quindi un ostacolo praticamente inutile da porre).
Se siete d’accordo con noi vi chiedo di firmare la petizione a questo indirizzo

https://www.change.org/p/ministro-dell-istruzione-stefania-…

e poi di condividerla con tutti i vostri conoscenti (in particolar modo quelli che hanno ragazzi che frequentano la scuola). E’ importante che condividiate, ancor più che firmiate: vi chiederei di farlo anche se non siete d’accordo e non volete firmarla, perché è diritto di tutti sapere che possiamo essere noi il cambiamento e che possiamo costruire un avvenire migliore per i nostri figli.

Grazie a tutti
Marzia e Alessandro”

Uniti nella tutela del diritto di sapere e di autodeterminarsi,

vi preghiamo di diffondere. 

Il Sistema Scolastico Sudcoreano

 

Articolo tradotto da: http://www.nytimes.com/2014/08/02/opinion/sunday/south-koreas-education-system-hurts-students.html?_r=3

downloadSeoul, South Korea – Dopo che mio fratello più grande si ammalò per lo stress di essere uno studente sudcoreano, mia madre decise di spostarmi dalla mia casa (a Seoul) a Vancouver per le scuole superiori, al fine di risparmiarmi l’intensa pressione competitiva della corsa al successo. Non voleva che anch’io soffrissi come mio fratello vittima di dolori al petto non diagnosticabili dai medici e di un allergia così intensa da necessitare iniezioni anche a casa.

Sono stata fortunata perché mia madre ha riconosciuto il problema e ha preso la decisione di spostarmi. Nella maggior parte dei casi, invece, sono gli stessi genitori la fonte principale della pressione esercitata sugli studenti sudcoreani.

13 anni dopo, nel 2008, ero diventata un’insegnante di grammatica in un corso avanzato di inglese a studenti di 11 anni in una costosa scuola preparatoria nell’agiato quartiere Gangnam di Seoul. Gli allievi erano seri e concentrati nello studio, ma i loro occhi sembrano spenti, morti.

Quando ho chiesto alla classe se fossero felici in quest’ambiente, una ragazza  con fare esitante ha alzato la sua mano per dirmi che sarebbe stata felice solo nel momento in cui sua madre se ne fosse andata via perché  tutto ciò che ella sapeva fare, era lamentarsi sulle sue performance accademiche.

Il mondo potrebbe guardare la Corea del Sud come un modello educativo – il livello degli studenti si assicura i migliori posti nelle graduatorie dei test internazionali – ma il lato oscuro del sistema getta una lunga ombra.

Dominata dalle Mamme Tigri, dalle scuole preparatorie e da insegnanti molto autoritari, l’educazione sudcoreana produce file di studenti con risultati eccellenti che pagano un duro prezzo in termini di salute e felicità. L’intero programma è un abuso infantile. Dovrebbe essere riformato e ristrutturato senza indugio.

Certamente il sistema sudcoreano ha i suoi punti di forza.

L’idea che il successo sia la cosa più importante, a prescindere da ciò che implica, è un ottimo stimolo.

La mia pagella dopo il primo esame alla scuola media mi posizionò 21mo su 60 studenti. Mia madre, nonostante fosse conscia dell’estremo orrore del sistema educativo sudcoreano, era comunque preoccupata per i miei voti, tant’è che mi trovò subito un tutor privato per matematica, affinché mi aiutasse a raggiungere un rispettabile terzo posto nella gerarchia scolastica.

Erano i primi anni ’90. Da allora, questa cultura della competizione si è solamente acuita.

Le scuole preparatorie come quello in cui ho insegnato – chiamate “Hagwon” in Corea – sono un pilastro del sistema scolastico sudcoreano nonché simbolo del desiderio dei genitori di assicurarsi che i propri figli abbiano successo, a tutti i costi.

Le Hagwon sono strutture prive d’anima, con stanze dopo stanze divise da sottili pareti, illuminate da lunghi bulbi fluorescenti e piene di studenti che memorizzano lessici in inglese, regole grammaticali coreane e formule matematiche. Gli allievi solitamente ci stanno dopo le ore scolastiche, fino alle 10 di sera o più.

Guidati a mo’ di gregge dai genitori in vari sbocchi formativi e programmi, in media gli studenti sudcoreani studiano fino a 13 ore al giorno, mentre la media di riposo dei ragazzi delle superiori è pari a circa 5,5 ore per notte, monte d’ore finalizzato ad assicurare un congruo tempo sufficiente per studiare.

Le (scuole) Hagwon incidono determinando più della metà dell’ammontare della spesa globale destinata allo studio privato.

Questo “investimento” educativo spiega i punteggi spettacolari dei sudcoreani nei test internazionali.

Tuttavia un sistema guidato da genitori fanatici e da un’industria privata che si erige come un Levitano è insostenibile alla lunga, specialmente calcolando gli sforzi fisici e psicologici che i ragazzi devono sostenere.

Molti giovani sudcoreani soffrono di problemi fisici dovuti allo stress accademico, proprio com’è successo a mio fratello. Per fare un esempio, una mia amica, alle superiori, perdeva ciocche di capelli non appena si concentrava sugli studi. I suoi capelli hanno ricominciato a crescere solo quando è entrata all’università.

Gli studenti tendono a vedere le proprie performance accademiche come l’unica fonte di riconoscimento del proprio valore e di autostima. Tra i giovani sudcoreani che hanno confessato di avere (avuto) pensieri suicidi (dato del 2010), un allarmante 53% identificava le inadeguate performance accademiche come la fonte principale dei loro affanni.

Non sorprende. La posizione della Corea del Sud nella gerarchia internazionale fa i conti col proprio rovescio della medaglia legato alla (in)felicità giovanile: solo il 60% degli studenti confessa di essere soddisfatto a scuola, dato da comparare all’interno di una media sul benessere mondiale pari all’80%, (dato risalente al 2012),

C’è una spiegazione storica a questo fervore scolastico. Durante la dinastia dei Choson (1392 – 1910), il fatto che i bambini passassero l’esame del servizio civile amministrato dalla corte reale era visto come un condotto sicuro per il successo sociale e materiale dell’intera famiglia. Come il Prof. Edward Wagner sottolineò ad Harvard,  ancor oggi persiste una forma di educazione privata con candidati che prendono per anni lezioni per prepararsi all’esame e con un patrimonio familiare messo nelle mani dei tutori.

Il focus della cultura coreana sull’unità famigliare è a sua volta un fattore rilevante.Molti genitori pensano che il loro diritto di decidere sul futuro dei figli sia sacrosanto. La visione della famiglia come unità economica perpetra una sorta di stretto controllo sui bambini.

I matrimoni, per esempio, spesso funzionano al pari di una transazione finanziaria tra due famiglie. Ultimamente essere un bambino sudcoreano non ha a che fare con la libertà, le scelte personali o la felicità. E’ più una questione di produttività, prestazioni e obbedienza.

L’obbedienza all’autorità è rinforzata sia a scuola che a casa. Ricordo i tempi in cui mi ero pronunciato in disaccordo con il mio insegnante alle scuole medie, scrivendogli una lettera in merito ad uno dei suoi compiti. La lettera determinò la mia convocazione nell’ufficio dell’insegnante, dove fui rimproverato per un’ora e mezza, non per la sostanza delle mie parole, ma per il fatto di aver espresso la mia opinione. Lui aveva una lezione da tenere in quel frangente, ma non si preoccupò di lasciare il nostro incontro perché era estremamente infuriato dal fatto che qualcuno avesse messo in discussione la sua autorità.

Sapevo che tentare di essere razionale o trasparente a scuola, era privo di scopo.

Nonostante decenni di assoluti abusi e di radicamento di questo sistema allarmante, stanno emergendo alcuni segnali: alcune persone stanno seriamente dando vita ad una riforma. In attesa che l’eredità del piglio dittatoriale cessi, i sudcoreani hanno abbracciato la nozione di “guarigione” consci del fatto che la passata politica di repressione e di continua pressione sociale ha generato malati psicologici bisognosi di recupero. Questo trend ha guidato la discussione sugli effetti nocivi che il sistema educativo ha sugli studenti e quindi su cosa si dovrebbe fare.

Un altro segno del fatto che le cose si stiano muovendo in una direzione costruttiva è l’elezione avvenuta in Giugno, in tutta la nazione, di un ampio numero di sovraintendenti scolastici di stampo progressivo, nomina spronata dal crescente desiderio pubblico di riforme.

Tuttavia per realizzare un qualsivoglia significativo cambiamento nell’alveo educativo, deve essere radicalmente alterata la cultura alla base, quella che tratta i propri bambini come materia prima da usare al servizio della famiglia o dell’economia nazionale.

Il governo deve fermare questa inarrestabile ricerca che si poggia su  un alto tasso di natalità, accogliendo l’idea di  una popolazione inferiore che cessi di vedere i bambini come meri ingranaggi dell’economia nazione senza diritto ad una personale felicità.

La Corea del Sud deve anche incoraggiare i propri cittadini a vedere il matrimonio non come una diligente unione che dia la precedenza ai tangibili benefici economici, ma come una scelta di vita che porti soddisfazione e benessere. Solo così i bambini potranno essere percepiti come individui dotati di libero arbitrio, piuttosto che come fabbricanti di ricchezza e di soggetti sottoposti ad un’onerosa scolarizzazione.

L’industria della formazione privata dovrebbe essere meglio regolata mettendo come cardine il benessere dei bambini.

Nonostante varie presidenze abbiano cercato di prendere le redini delle scuole preparatorie, a partire l’inserimento della regola di tassativa chiusura entro le 10 p.m., molti proprietari di scuole Hagwon hanno trasgredito a questa regolamentazione operando al di fuori delle sedi o oscurando le finestre di modo che la luce non potesse esser vista al di fuori. E, in aggiunta, alcuni genitori hanno assunto un tutore privato per far fronte a questo compito.

La lotta contro gli abusi potrebbe essere molto più pregnante se la legislazione iniziasse a sanzionare sotto il profilo penale, l’eccesso di questa educazione privata.

D’altro canto, i genitori sudcoreani potrebbero non rendersi mai conto che l’attuale sistema è un assalto diretto contro il benessere della loro prole.

Al di là di ciò, la convinzione che i successi accademici siano di primaria importanza tra tutti i bisogni vitali deve esser completamente messa da parte.

La Corea del Sud può essere un’invidiabile superpotenza economica, ma ha trascurato la felicità della sua gente.

Condannando lo stato in cui versa l’esistenza della gioventù coreana, Yi Kwang-su, uno dei primi intellettuali riformisti, scrisse in un saggio nel 1918 intitolato <<Sul Bimbo-centrismo>> :

“Durante la vita dei genitori, i figli non hanno libertà, sono trattati come schiavi o bestiame, non così diversamente dagli sottoposti al potere del signore feudale”.

Prima che la Corea del Sud possa essere davvero vista come un modello per il 21o secolo, deve finire lo stantio sistema feudale che vige attraverso l’educazione e deve riflettere sulle proprie vulnerabilità sociali.

 

 

Autore: Se-Woong Koo, ex membro docente universitario specializzato sugli studi coreani a Yale,  è redattore capo di Korea Exposé, un nuovo sito web.

FONTE: http://www.nytimes.com/2014/08/02/opinion/sunday/south-koreas-education-system-hurts-students.html?_r=3

La nostra situazione “a-scolastica”.

La nostra situazione “a-scolastica”
dal sito unabambinaetantianimali.style.it

Oggi faccio il punto della situazione “scolastica” di Raia e mi rendo conto che è riduttiva chiamarla “scolastica”.

A parte il fatto che l’apprendimento è costante qualsiasi cosa una persona faccia, da quando abbiamo approcciato le materie di studio di quest’anno abbiamo spaziato in lungo e in largo e la scuola è diventata vita, che è, per sua natura, avventura. Continua a leggere

Il Gioco Rischioso, di Peter Grey

Il Gioco Rischioso:  Perché ai bambini piace e perché ne hanno bisogno.
di Peter Grey,
Tradotto da Barbara Cerboni
con il gentile permesso scritto da Peter Grey, Ph.d.

Si potrebbe pensare che la paura sia un’esperienza negativa, il più possibile da evitare. Eppure, come sa chi ha un bambino, o anche solo per esserlo stato, ai bambini piace fare giochi pericolosi: giochi che uniscono la gioia della libertà alla giusta misura di paura, dando luogo all’inebriante miscela chiamata brivido.

Sei tipologie di gioco rischioso

Ellen Sandseter, docente alla Queen Maud University a Trondheim, in Norvegia, ha individuato sei tipologie di pericolo che sembrano attrarre i bambini ovunque nei loro giochi. Continua a leggere

L’ Unschooling visto con gli occhi di una mamma insegnante

Titolo originale: How one mother ‘unschooled’ her children and taught them at home

Traduzione da: http://www.dailytelegraph.com.au/news/how-one-mother-unschooled-her-children-and-taught-them-at-home/story-fni0cx2y-1227240124899?sv=e12637d761a1ebca6a25bdc96cd425a#.VQWwe_lo8XA.facebook

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Una mamma (e insegnante) spiega perché ha seguito un percorso di unschooling con i suoi 5 figli.

Dopo il mio primo giorno di scuola, sono tornata a casa e ho detto ai miei genitori: “Diventerò una maestra quando sarò grande”.
La mia ambizione non ha mai vacillato e mi sono ritrovata ad insegnare sia nelle classi comuni che nei corsi di recupero.
Ciò che ho vissuto mi ha portato a credere che il sistema educativo non si metta adeguatamente a disposizione della maggior parte dei bambini, per questa ragione ho lasciato il lavoro e ho cominciato un percorso di unschooling con i miei figli, nella nostra casa in Shelbourne, Victoria.

Nessun momento statico seduti intorno al tavolo della cucina, con una lavagna.

Raramente mi sono seduta per leggere, contare o organizzarli in qualsivoglia modo.

Al contrario, hanno scelto loro come trascorrere il loro tempo quotidiano, si voglia andando in cerca di lepri lungo il ruscello, si voglia costruendo apparecchi elettronici o suonando musica.

Semplicemente, ho dato retta all’istinto che mi suggeriva quanto e come i bambini amino imparare, al che ho dato loro materiali, indicazioni e mezzi per seguire i loro interessi.

Non avevamo nemmeno un computer.

Mio figlio maggiore, Joel, ora di 33 anni, non ne ha toccato uno fino ai suoi 14 anni –tuttavia ora ha un PhD in informatica. Ha preso la sua prima laurea a 18 anni e lavora per Google.

Tutti i miei figli sono uomini felici, in salute e di successo.

Il mio secondogenito, Dion, 31 anni, lavora con bambini in affidamento e ha un diploma in servizi sociali.Tali, 25 anni, ha una laurea in musica contemporanea.
Liam, 20 anni, è un maniscalco ed è così abile che gli è sufficiente guardare solo per 10 secondi gli zoccoli di un cavallo, per fargli dei ferri perfetti.
Erik, 18 anni, si sta a sua volta orientando verso una laurea in musica.

Quali erano i miei sogni per loro? Volevo che fossero emozionati nella e della loro vita.

La mia disillusione sull’insegnamento iniziò al lavoro.

Nella prima classe in cui ho insegnato c’era una bambina che, nonostante il mio supporto e la mia attenzione, ha pianto ogni mattina per 6 mesi.

Due anni dopo, quando mi sono trasferita nel centro scolastico di recupero dove si trovava, era così traumatizzata da non riuscire a leggere, scrivere o di seguire un percorso accademico.

Per via del mio ruolo, ero solita viaggiare con l’ispettore scolastico di zona.

“Penso che molti bambini non siano pronti per la scuola a 5 o 6 anni” gli dissi
“Cosa potrebbe succedere se non mandassi i miei bambini a scuola?”

“Niente”, rispose.
“Sei una maestra. Chi potrà mai azzardarsi a dire che puoi insegnare a 30 bambini figli di altre persone, ma non ai tuoi?”

Inizialmente la mia intenzione era di tenere i miei figli a casa solo fino al momento in cui non fossero stati pronti per l’ambiente scolastico.

Intendevo seguire un modello formale d’insegnamento il che sembrava essere adatto per il maggiore, Joel, per via del suo naturale approccio accademico – amava esser interrogato per ricevere e collezionare 5 pietre o  6  bastoncini.
Tuttavia, quando la famiglia crebbe e i miei altri figli si avvicinarono a questa fase, risultarono non essere minimamente interessati a queste cose.

La passione di Dion era quella di costruire tane.
Tali ha iniziato a cantare prima ancora di parlare, non riusciva a stare seduto per un nemmeno un minuto e trascorreva la sua giornata suonando.

Mi era stato insegnato che i bambini imparano a blocchi di 20 minuti, ma quando i miei erano interessati a qualcosa, potevano trascorrere anche sei mesi prima che smettessero.

“Gradualmente ho iniziato a scartare ogni cosa avessi imparato al college e il mio ruolo ha iniziato a orientarsi verso l’osservazione di loro e delle loro passioni, così ho iniziato a proporre loro ciò che pensavo avrebbe potuto accompagnarli e supportarli nel cammino, fossero lezioni di musica o di kit elettrici”.

Una volta cresciuti hanno seguito dei corsi al TAFE o a distanza, se e quando ne avevano bisogno o lo desideravano.
Ricevevamo regolari visite di approvazione da un ispettore scolastico nonché psicologo ed ero supportata dall’allora mio marito, Alan, a sua volta maestro.

Nonostante fossimo inseriti in gruppi sportivi e religiosi e i ragazzi avessero molti amici, quando aveva 8 anni, Joel decise di sentire la mancanza degli aspetti sociali propri dell’andare a scuola e chiese quindi di essere iscritto.
Dal punto di vista accademico, era due anni avanti i suoi compagni ed era un ragazzo gentile.
Dopo un anno in cui è stato vittima di bullismo, si ritirò. Ancora oggi sostiene che sia stato l’anno peggiore della sua vita. Il resto dei miei figli non ha mai voluto provare ad andare a scuola.

Professori del TAFE e universitari erano intrigati sul come i miei figli imparassero e confesso che è stata una rilevazione anche per me, a quei tempi.

A 14 anni, per esempio, Joel  studiava matematica discreta, un corso tecnico, al TAFE.
Avrei voluto dare un’occhiata al lavoro che portava a casa e chiedere “Come stai imparando tutto questo?”
Lui replicava che, quando non capiva qualcosa, cercava per la classe qualcuno che sembrava esser disposto a rispiegare.
Fu tra i primi della classe universitaria di matematica.
Il sistema educativo è mirato ad insegnare a leggere, ma nessuno dei miei figli lo ha fatto precocemente.

Joel aveva 7 anni – nonostante ciò nel giro di 6 mesi era in grado di leggere ogni testo. Tali aveva 12 anni, mentre Dion era un adulto e stava studiando per il diploma prima che fosse davvero in grado di fare lo spelling.

Tentare di insegnare loro qualcosa prima che fossero pronti, era come sbattere la testa contro un muro di mattoni.

Liam risultò essere dislessico ma apprendeva molto bene in modo visivo, sentiva piuttosto di avere un vantaggio rispetto agli altri.
Proprio come Erik, è un cavallerizzo di talento e ha imparato a condurre la sua (cavalla di razza) Brumbry così bene da poter stare sul suo dorso schioccando due frustini senza che lei si muova.

Certamente ho ricevuto delle critiche per il modo in cui ho cresciuto i miei figli.

Le persone pensano che se segui un percorso di unschooling, finirai per essere un disoccupato perché nel mondo reale non puoi scegliere il tuo lavoro, ma devi fare ciò che dice il tuo capo.
Tuttavia il mondo reale permette anche di essere un imprenditore o di essere un lavoratore autonomo.

Critici mi chiedono perché non ho introdotto maggiori soggetti accademici nel loro apprendimento, ma immagino che queste stesse persone potrebbero non aver mai avuto bisogno di usare una lingua straniera o trigonometria, mentre senza ombra di dubbio hanno avuto bisogno di saper pulire, cucinare, cucire e fare le spese. Queste ultime capacità le hanno apprese molto presto.

L’ Unschooling non è adatto a tutte le famiglie.
E’ fondamentale che un genitore ami stare con i propri figli, che abbia una mente curiosa e che conduca una vita interessante.

I miei figli hanno appreso anche dalle mie passioni.
Sono sicura che tutti loro 5 si sarebbero ritrovati in classi di recupero, se fossero andati a scuola, cosa che avrebbe minato la loro fiducia e i loro successi futuri.

Ci sono molti libri che parlano di come apprendono i bambini, ma penso che nessuno davvero lo sappia.

Ciò che credo, insomma, è che non possiamo mettere 30 bambini con differenti interessi e bisogni nella stessa classe e aspettarci che tutti loro imparino allo stesso modo.

Articolo originale al seguente link: http://www.dailytelegraph.com.au/news/how-one-mother-unschooled-her-children-and-taught-them-at-home/story-fni0cx2y-1227240124899?sv=e12637d761a1ebca6a25bdc96cd425a

Come la curiosità facilita l’apprendimento

Come la curiosità facilità l’apprendimento
da Le Scienze.it  di Marizio Gambarini

Quando qualcosa ci incuriosisce, nel cervello si attivano dei collegamenti tra i centri della ricompensa e l’ippocampo, una zona cruciale per il consolidamento della memoria. Questa condizione permane per un certo tempo e rende più facile il ricordo e l’apprendimento non solo di quanto ci aveva interessato, ma anche di altre informazioni ricevute nello stesso momento

 

La curiosità facilita l’apprendimento, e non solo dell’argomento che l’ha stimolata, ma anche di informazioni del tutto diverse ma che appaiono in un lasso di tempo più o meno concomitante. A dimostralo è stato un gruppo di neuroscienziati e di psicologi dell’Università della California.

Insegnanti ed esperti di didattica sanno bene che chi nutre un interesse spontaneo per un argomento lo impara e lo padroneggia meglio di chi non è interessato o è spinto da una motivazione secondaria, come prendere un bel voto o evitarne uno brutto. I meccanismi alla base di questo fenomeno non erano però noti.

“La curiosità può mettere il cervello in uno stato che permette di imparare e conservare qualsiasi tipo di informazione, come un vortice che risucchia all’interno di ciò che si è motivati a imparare anche tutto quello che c’è intorno”, spiega Matthias J. Gruber, primo firmatario dell’articolo pubblicato su “Neuron” in cui è descritta la ricerca.

Gruber e colleghi hanno sottoposto a risonanza magnetica alcuni volontari mentre rispondevano a diversi quesiti, alcuni su argomenti che li incuriosivano e altri su temi che li lasciavano indifferenti. I soggetti dovevano cercare di rispondere, ma solo dopo un lasso di tempo durante il quale venivano mostrati su uno schermo una serie di volti

I ricercatori hanno così trovato che, se veniva suscitata la curiosità dei soggetti, essi apprendevano più facilmente non solo gli argomenti che li avevano stimolati, ma ricordavano meglio anche informazioni prive di particolare interesse, come appunto i volti mostrati.

Hanno inoltre scoperto che quando viene stimolata la curiosità, aumenta l’attività nei circuiti della ricompensa. Un analogo aumento di attività interessa anche l’ippocampo, una regione del cervello che ha un ruolo chiave nella formazione di nuovi ricordi, e i punti di interazione fra esso e circuiti della ricompensa.

“Queste interazioni tra il sistema di ricompensa e l’ippocampo sembrano mettere il cervello in una condizione in cui ci sono maggiori probabilità di apprendere e conservare le informazioni, anche se queste non sono di particolare interesse o rilevanza” ha osservato Charan Ranganath, che ha preso parte allo studio.

Una migliore comprensione del rapporto tra motivazione e memoria, concludono i ricercatori, permetterà di sviluppare nuovi approcci per il trattamento di pazienti con disturbi che colpiscono la memoria e per stimolarne il mantenimento negli anziani in buona salute.

Come la curiosità facilità l’apprendimento
da Le Scienze.it  di Marizio Gambarini

A scuola con lo zaino in spalla per un solo giorno

Una sparuta minoranza di italiani istruisce i propri figli a casa e a settembre celebra la giornata del “Not back to school day!”.…

gentilmente concesso dagli autori Mariella Dipaola e Matteo Della Torre
del sito UomoPlanitario.org

con lo zaino in spalla…

Apparteniamo a quella sparuta minoranza di italiani, neppure contemplata dalle statistiche ufficiali, che ha scelto di istruire il proprio figlio a casa. Questa scelta è parte di un mosaico, di un insieme di scelte di vita ispirate ai principi della nonviolenza declinati in svariati aspetti della quotidianità. Continua a leggere

Comuni Obiezioni sull’Educazione Familiare (1a parte)

Comuni Obiezioni sull’Educazione Familiare
di John Holt
tradotto da Marika Novaresio


1)
Dal momento che i nostri paesi sono così vasti e le persone provengono da differenti culture (come mi è stato detto di recente da un canadese), non abbiamo forse bisogno di una sorta di colla sociale che tenga uniti, che doni un senso di unità a discapito di tutte le nostre differenze? Non sono le scuole pubbliche il posto più agevole, il migliore per creare questa colla?

Per quanto riguarda l’esigenza di un “collante”, dice bene. C’è bisogno di una colla di questo genere, sicuramente in nazioni grandi e variegate come gli Stati Uniti e il Canada, così come in paesi più piccoli e ristretti, moltii dei quali si ritrovano isolati e schiacciati dallo stress della vita moderna.

Ora come ora, il principale collante sociale degli USA pare essere l’astio contro gli stati “nemici”. Fatta eccezione per quando si è uniti in modo effimero in questo astio, di gran lunga troppe persone vedono i concittadini, perfino quelli del proprio colore, religione, etc, solo come nemici naturali e come prede predeterminate, da attaccare se le circostanze lo permettono. Si insiste nel dire che questo modo di guardare le altre persone è attualmente una virtù che chiamiamo “competitività”. Questa prospettiva potrebbe aver trovato la sua ragion d’essere nell’epoca in cui la nostra nazione era giovane, quasi vuota, piena di risorse naturali e nient’altro. Per la nostra vera sopravvivenza, lasciamo perdere la salute e la felicità, abbiamo bisogno di una colla migliore e più forte di questa.

Esistono svariati contesti di condivisione sociale che potrebbero aiutare a costituire questa colla, ma non la scuola – non almeno finché manterrà come modus agendi quello di suddividere i giovani tra vincitori e perdenti e di preparare i perdenti ad una vita piena di sconfitte. Queste due aspirazioni non possono realizzarsi nello stesso posto allo stesso tempo.

Le persone sono estremamente abili (e probabilmente solamente abili) a contrastare le barriere che li dividono relativamente a razza, a classe, costumi e al credo, quando sono messi nella condizione di condividere esperienze che li fanno sentire bene. Già solo a partire da questo, sentono un più forte senso di appartenenza e, di conseguenza, l’unicità, la dignità e il valore delle altre persone. Tuttavia, finché le scuole deterranno questo attuale incarico sociale, le persone non saranno in grado di offrire queste esperienze alla maggior parte dei bambini; infatti, gran parte di ciò che accade nella scuola fa si che i bambini si sentano esattamente all’opposto, ossia sciocchi, incompetenti e in imbarazzo. Sfiduciati e disgustati con sé stessi, cercano quindi di sentirsi meglio orientando il proprio mirino verso altri da guardare dall’alto in basso – bambini più poveri, bambini di altre razze, bambini che non vanno così bene a scuola.

Anche se gli studenti apprendono a scuola a disprezzare, a spaventare e persino ad odiare i bambini appartenenti ad altri gruppi sociali, non li odierebbe ancor di più se non li avessero conosciuti a scuola? Almeno a scuola vedono questi altri gruppi come persone reali. Senza la scuola, li conoscerebbero solo come astrazioni, spauracchi. Questo potrebbe esser a volte vero, ma solo per quei pochi bambini per i quali il mondo al di fuori della scuola sia noioso, penoso, umiliante ed intimidatorio quanto la scuola. Molti bambini che coltivano il loro apprendimento al di fuori dell’istituzione scolastica o che vi presenziano solo quando lo vogliono, crescono con un senso più forte della propria dignità e del proprio valore e, di conseguenza, con un minimo impulso a disprezzare e odiare gli altri.

La domanda importante, ossia come la gente possa sviluppare un più forte senso di consonanza o di solidale umanità con le diversità, riceve secondo me un’ ottima risposta da una storia che riguarda John L. Sullivan, all’epoca campione mondiale di pesi massimi. In un tardo pomeriggio, si trovava con un suo amico in un affollato tram di New York. Ad un tratto, ad una fermata apparve un giovane uomo robusto che barcollava, ebbro. Faceva lo spaccone camminando lungo il carro del tram, spingendo le persone lontano dalla sua direzione e quando John L passò, gli diede una spallata. John L. si aggrappò per evitare di cadere, ma non disse nulla. Quando il giovane di allontanò verso il retro, l’amico gli si rivolse dicendo “Lo lasci andare così?”. John L. alzò le spalle e disse “Non vedo perché no”. L’amico si mostrò indignato “Sei il campione mondiale dei pesi massimi, non devi essere così dannatamente educato”. John L. rispose: “Il campione mondiale dei pesi massimi può permettersi di essere educato”.

Ciò di cui abbiamo bisogno per rendere i nostri paesi più uniti sono appunto un sempre maggior numero di persone che possano permettersi di essere educate – e più gentili, pazienti, generose, tollerante, abili e disponibili, non solo per sopportare le persone differenti da loro, ma anche per provare a comprenderle, per provare a vedere il mondo con i loro occhi. Queste virtù sociali non sono di quel tipo di cui si può parlare, predicare, discutere, corrompere o minacciare le persone. Sono una sorta di surplus, un quid pluris che straripa dalle persone che hanno abbastanza amore e rispetto per se stessi e che perciò possono –ne hanno abbastanza d’avanzo– per offrirne ad altri.

Fine parte prima: la prossima domanda sarà pubblicato tra qualche settimana.

———–

Comuni Obiezioni sull’educazione familiare di John Holt, tradotto da Marika Novaresio

Pubblicato e tradotto in italiano con il permesso scritto da Holt Associates.
La ripubblicazione di qualsiasi parte di questo capitolo è permesso solamente con il permesso scritto di Holt Associate.
Per chiedere informazioni , scrivere a info(AT)HoltGWS.com.
Pubblicato originalmente come il Capitolo 2 del libro “Teach Your Own.” New York: Delacorte Press, 1981
Pubblicato come articolo originalmente da Jan Hunt sul sito The Natural Child

Link

Un educazione degna del XXI secolo: una rivoluzione educativa per adattarsi alle esigenze di apprendimento del mondo moderno, tramite l’articolo di it.euronews.com esploriamo alcuni approcci innovativi.

Stati Uniti: le virtù dell’innovazione
Gli educatori valutano il futuro della loro professione e una delle parole più utilizzate è “innovazione”. Un termine diventato concreto nel prestigioso Istituto WYSS di Boston, dove ci si propone di reinventare la medicina del XXI secolo.
Esperti internazionali vi si recano regolarmente. Di recente una delegazione delle Università francesi e i dirigenti delle Grandes écoles hanno voluto scoprire come in questa città americana, didattica e ricerca includano idee innovative. Questo istituto privato vicino all’Università di Harvard è definito tra i piú all’avanguardia nella ricerca.

Le parole chiave qui, sono collaborazione tra discipline e vicinanza con partner professionali, come quella con uno degli ospedali più importanti di Boston. Un approccio all’insegnamento che costituisce i nuovi canali educativi di domani.

Ken Robinson: “Il buon insegnante è un alchimista”
Oltre 25 milioni di persone hanno assistito alle sue conferenze TED: Ken Robinson, consigliere accademico internazionale sull’istruzione, è oggi uno dei più influenti esperti di educazione in tutto il pianeta. Aurora Velez lo ha intervistato a Parigi.
In uno dei suoi ultimi libri, ‘Dell’elemento’, Ken Robinson spiega che i talenti a scuola vengono inibiti: “Spesso – dice – la scuola ignora il reale talento dei giovani e non lo fa emergere.”

Per l’esperto, “il buon insegnante è un alchimista: si possono creare cose meravigliose da elementi che sembrano poco promettenti; tutti i ragazzi hanno un grande potenziale, è il ruolo del sistema educativo che deve aiutarli a realizzarlo”.

“Scuola 42” sconvolge i codici
Parigi, la Scuola 42 fondata da, Xavier Niel, intende sconvolgere i codici. Senza esami di ammissione, nessun insegnamento formale e nessun orario: è molto insolito. Gli studenti della Scuola 42 studiano la programmazione del computer usando l’apprendimento peer-to-peer .
La prima sezione di apprendimento inizia con Charlotte, che non ha alcuna laurea e per questo è stata scelta tra 70.000 candidati.
“I valori trasmessi sono completamente differenti dai valori canonici – spiega -. I valori trasmessi ai giovani d’oggi sono orientati fortemente verso il lavoro individuale. Esattamente al contrario di quello che viene fatto oggi nell’era digitale”.

“Se si vuole avere una start up che funzioni – dice – , è necessario disporre di persone che lavorano in modo diverso. Nel nostro sistema attuale, casta assoluta dove se siete nati nel posto giusto è possibile accedere alla scuola buona, per definizione, alla fine si ottiene tutti la stessa cosa, tutti si va nella stessa direzione”.

Rivoluzione, evoluzione o semplice atto di consapevolezza?
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