Il Sistema Scolastico Sudcoreano

http://www.nytimes.com/2014/08/02/opinion/sunday/south-koreas-education-system-hurts-students.html?_r=4

Dal New York Times, scritto da SE-WOONG KOOAUG. 1, 2014
tradotto da Marika Novaresio

Seoul, South Korea – Dopo che mio fratello più grande si ammalò per lo stress di essere uno studente sudcoreano, mia madre decise di spostarmi dalla mia casa (a Seoul) a Vancouver per le scuole superiori, al fine di risparmiarmi l’intensa pressione competitiva della corsa al successo. Non voleva che anch’io soffrissi come mio fratello vittima di dolori al petto non diagnosticabili dai medici e di un allergia così intensa da necessitare iniezioni anche a casa.

Sono stata fortunata perché mia madre ha riconosciuto il problema e ha preso la decisione di spostarmi. Nella maggior parte dei casi, invece, sono gli stessi genitori la fonte principale della pressione esercitata sugli studenti sudcoreani.

13 anni dopo, nel 2008, ero diventata un’insegnante di grammatica in un corso avanzato di inglese a studenti di 11 anni in una costosa scuola preparatoria nell’agiato quartiere Gangnam di Seoul. Gli allievi erano seri e concentrati nello studio, ma i loro occhi sembrano spenti, morti.

Quando ho chiesto alla classe se fossero felici in quest’ambiente, una ragazza  con fare esitante ha alzato la sua mano per dirmi che sarebbe stata felice solo nel momento in cui sua madre se ne fosse andata via perché  tutto ciò che ella sapeva fare, era lamentarsi sulle sue performance accademiche.

Il mondo potrebbe guardare la Corea del Sud come un modello educativo – il livello degli studenti si assicura i migliori posti nelle graduatorie dei test internazionali – ma il lato oscuro del sistema getta una lunga ombra.

Dominata dalle Mamme Tigri, dalle scuole preparatorie e da insegnanti molto autoritari, l’educazione sudcoreana produce file di studenti con risultati eccellenti che pagano un duro prezzo in termini di salute e felicità. L’intero programma è un abuso infantile. Dovrebbe essere riformato e ristrutturato senza indugio.

Certamente il sistema sudcoreano ha i suoi punti di forza.

L’idea che il successo sia la cosa più importante, a prescindere da ciò che implica, è un ottimo stimolo.

La mia pagella dopo il primo esame alla scuola media mi posizionò 21mo su 60 studenti. Mia madre, nonostante fosse conscia dell’estremo orrore del sistema educativo sudcoreano, era comunque preoccupata per i miei voti, tant’è che mi trovò subito un tutor privato per matematica, affinché mi aiutasse a raggiungere un rispettabile terzo posto nella gerarchia scolastica.

Erano i primi anni ’90. Da allora, questa cultura della competizione si è solamente acuita.

Le scuole preparatorie come quello in cui ho insegnato – chiamate “Hagwon” in Corea – sono un pilastro del sistema scolastico sudcoreano nonché simbolo del desiderio dei genitori di assicurarsi che i propri figli abbiano successo, a tutti i costi.

Le Hagwon sono strutture prive d’anima, con stanze dopo stanze divise da sottili pareti, illuminate da lunghi bulbi fluorescenti e piene di studenti che memorizzano lessici in inglese, regole grammaticali coreane e formule matematiche. Gli allievi solitamente ci stanno dopo le ore scolastiche, fino alle 10 di sera o più.

Guidati a mo’ di gregge dai genitori in vari sbocchi formativi e programmi, in media gli studenti sudcoreani studiano fino a 13 ore al giorno, mentre la media di riposo dei ragazzi delle superiori è pari a circa 5,5 ore per notte, monte d’ore finalizzato ad assicurare un congruo tempo sufficiente per studiare.

Le (scuole) Hagwon incidono determinando più della metà dell’ammontare della spesa globale destinata allo studio privato.

Questo “investimento” educativo spiega i punteggi spettacolari dei sudcoreani nei test internazionali.

Tuttavia un sistema guidato da genitori fanatici e da un’industria privata che si erige come un Levitano è insostenibile alla lunga, specialmente calcolando gli sforzi fisici e psicologici che i ragazzi devono sostenere.

Molti giovani sudcoreani soffrono di problemi fisici dovuti allo stress accademico, proprio com’è successo a mio fratello. Per fare un esempio, una mia amica, alle superiori, perdeva ciocche di capelli non appena si concentrava sugli studi. I suoi capelli hanno ricominciato a crescere solo quando è entrata all’università.

Gli studenti tendono a vedere le proprie performance accademiche come l’unica fonte di riconoscimento del proprio valore e di autostima. Tra i giovani sudcoreani che hanno confessato di avere (avuto) pensieri suicidi (dato del 2010), un allarmante 53% identificava le inadeguate performance accademiche come la fonte principale dei loro affanni.

Non sorprende. La posizione della Corea del Sud nella gerarchia internazionale fa i conti col proprio rovescio della medaglia legato alla (in)felicità giovanile: solo il 60% degli studenti confessa di essere soddisfatto a scuola, dato da comparare all’interno di una media sul benessere mondiale pari all’80%, (dato risalente al 2012),

C’è una spiegazione storica a questo fervore scolastico. Durante la dinastia dei Choson (1392 – 1910), il fatto che i bambini passassero l’esame del servizio civile amministrato dalla corte reale era visto come un condotto sicuro per il successo sociale e materiale dell’intera famiglia. Come il Prof. Edward Wagner sottolineò ad Harvard,  ancor oggi persiste una forma di educazione privata con candidati che prendono per anni lezioni per prepararsi all’esame e con un patrimonio familiare messo nelle mani dei tutori.

Il focus della cultura coreana sull’unità famigliare è a sua volta un fattore rilevante.Molti genitori pensano che il loro diritto di decidere sul futuro dei figli sia sacrosanto. La visione della famiglia come unità economica perpetra una sorta di stretto controllo sui bambini.

I matrimoni, per esempio, spesso funzionano al pari di una transazione finanziaria tra due famiglie. Ultimamente essere un bambino sudcoreano non ha a che fare con la libertà, le scelte personali o la felicità. E’ più una questione di produttività, prestazioni e obbedienza.

L’obbedienza all’autorità è rinforzata sia a scuola che a casa. Ricordo i tempi in cui mi ero pronunciato in disaccordo con il mio insegnante alle scuole medie, scrivendogli una lettera in merito ad uno dei suoi compiti. La lettera determinò la mia convocazione nell’ufficio dell’insegnante, dove fui rimproverato per un’ora e mezza, non per la sostanza delle mie parole, ma per il fatto di aver espresso la mia opinione. Lui aveva una lezione da tenere in quel frangente, ma non si preoccupò di lasciare il nostro incontro perché era estremamente infuriato dal fatto che qualcuno avesse messo in discussione la sua autorità.

Sapevo che tentare di essere razionale o trasparente a scuola, era privo di scopo.

Nonostante decenni di assoluti abusi e di radicamento di questo sistema allarmante, stanno emergendo alcuni segnali: alcune persone stanno seriamente dando vita ad una riforma. In attesa che l’eredità del piglio dittatoriale cessi, i sudcoreani hanno abbracciato la nozione di “guarigione” consci del fatto che la passata politica di repressione e di continua pressione sociale ha generato malati psicologici bisognosi di recupero. Questo trend ha guidato la discussione sugli effetti nocivi che il sistema educativo ha sugli studenti e quindi su cosa si dovrebbe fare.

Un altro segno del fatto che le cose si stiano muovendo in una direzione costruttiva è l’elezione avvenuta in Giugno, in tutta la nazione, di un ampio numero di sovraintendenti scolastici di stampo progressivo, nomina spronata dal crescente desiderio pubblico di riforme.

Tuttavia per realizzare un qualsivoglia significativo cambiamento nell’alveo educativo, deve essere radicalmente alterata la cultura alla base, quella che tratta i propri bambini come materia prima da usare al servizio della famiglia o dell’economia nazionale.

Il governo deve fermare questa inarrestabile ricerca che si poggia su  un alto tasso di natalità, accogliendo l’idea di  una popolazione inferiore che cessi di vedere i bambini come meri ingranaggi dell’economia nazione senza diritto ad una personale felicità.

La Corea del Sud deve anche incoraggiare i propri cittadini a vedere il matrimonio non come una diligente unione che dia la precedenza ai tangibili benefici economici, ma come una scelta di vita che porti soddisfazione e benessere. Solo così i bambini potranno essere percepiti come individui dotati di libero arbitrio, piuttosto che come fabbricanti di ricchezza e di soggetti sottoposti ad un’onerosa scolarizzazione.

L’industria della formazione privata dovrebbe essere meglio regolata mettendo come cardine il benessere dei bambini.

Nonostante varie presidenze abbiano cercato di prendere le redini delle scuole preparatorie, a partire l’inserimento della regola di tassativa chiusura entro le 10 p.m., molti proprietari di scuole Hagwon hanno trasgredito a questa regolamentazione operando al di fuori delle sedi o oscurando le finestre di modo che la luce non potesse esser vista al di fuori. E, in aggiunta, alcuni genitori hanno assunto un tutore privato per far fronte a questo compito.

La lotta contro gli abusi potrebbe essere molto più pregnante se la legislazione iniziasse a sanzionare sotto il profilo penale, l’eccesso di questa educazione privata.

D’altro canto, i genitori sudcoreani potrebbero non rendersi mai conto che l’attuale sistema è un assalto diretto contro il benessere della loro prole.

Al di là di ciò, la convinzione che i successi accademici siano di primaria importanza tra tutti i bisogni vitali deve esser completamente messa da parte.

La Corea del Sud può essere un’invidiabile superpotenza economica, ma ha trascurato la felicità della sua gente.

Condannando lo stato in cui versa l’esistenza della gioventù coreana, Yi Kwang-su, uno dei primi intellettuali riformisti, scrisse in un saggio nel 1918 intitolato <<Sul Bimbo-centrismo>> :

“Durante la vita dei genitori, i figli non hanno libertà, sono trattati come schiavi o bestiame, non così diversamente dagli sottoposti al potere del signore feudale”.

Prima che la Corea del Sud possa essere davvero vista come un modello per il 21o secolo, deve finire lo stantio sistema feudale che vige attraverso l’educazione e deve riflettere sulle proprie vulnerabilità sociali.

Autore: Se-Woong Koo, ex membro docente universitario specializzato sugli studi coreani a Yale,  è redattore capo di Korea Exposé, un nuovo sito web.

FONTE: http://www.nytimes.com/2014/08/02/opinion/sunday/south-koreas-education-system-hurts-students.html?_r=3

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