Il Gioco Rischioso, di Peter Grey

Il Gioco Rischioso:  Perché ai bambini piace e perché ne hanno bisogno.
di Peter Grey,
Tradotto da Barbara Cerboni
con il gentile permesso scritto da Peter Grey, Ph.d.

Si potrebbe pensare che la paura sia un’esperienza negativa, il più possibile da evitare. Eppure, come sa chi ha un bambino, o anche solo per esserlo stato, ai bambini piace fare giochi pericolosi: giochi che uniscono la gioia della libertà alla giusta misura di paura, dando luogo all’inebriante miscela chiamata brivido.

Sei tipologie di gioco rischioso

Ellen Sandseter, docente alla Queen Maud University a Trondheim, in Norvegia, ha individuato sei tipologie di pericolo che sembrano attrarre i bambini ovunque nei loro giochi. Si tratta di:
grandi altezze. I bambini si arrampicano sugli alberi e altre strutture raggiungendo altezze spaventose, in modo da avere una visione del mondo a volo d’uccello, oltre all’eccitante sensazione del “ce l’ho fatta!”.
alta velocità. I bambini si dondolano su liane, corde, altalene; scivolano su slitte, sci, pattini o scivoli; si buttano sulla corrente veloce con tronchi o barche; vanno in bicicletta, sullo skateboard o su altri mezzi veloci a sufficienza da dare il brivido di perdere quasi (ma non del tutto) il controllo.
utensili pericolosi. In alcune culture, i bambini giocano con coltelli, archi e frecce, attrezzi agricoli (combinando lavoro e gioco) e altri strumenti noti come potenzialmente pericolosi. Naturalmente traggono grande soddisfazione dal fatto che ci si fidi a fargli manovrare tali strumenti, ma padroneggiarli comporta anche un certo brivido, visto che con un errore potrebbero farsi male.
elementi pericolosi. Ai bambini piace giocare con il fuoco, nell’acqua profonda o in sua prossimità, situazioni che presentano entrambe alcuni rischi.
azzuffarsi. Dappertutto i bambini si rincorrono e si scontrano per gioco, e tipicamente preferiscono trovarsi nella posizione più debole (quello che viene rincorso, quello che nella lotta si trova in posizione di inferiorità), la posizione che comporta maggior rischio di farsi male e richiede maggiore abilità per essere superata.
sparire/perdersi. I bambini piccoli giocano a nascondino e sperimentano il brivido della temporanea ma spaventosa separazione dai compagni. I più grandi si avventurano, per proprio conto, allontanandosi dagli adulti, in posti nuovi e pieni di presunti pericoli, tra cui quello di perdersi.

Il valore evolutivo del gioco rischioso
Anche altri giovani mammiferi si divertono con i giochi pericolosi. I cuccioli di capra scorrazzano su ripidi pendii e saltellano goffamente in modo che sia difficile rimettersi in piedi. Le giovani scimmie si dondolano per gioco da un ramo all’altro sugli alberi, rami lontani a sufficienza da sfidarne le capacità e abbastanza alti da provocare lesioni in caso di caduta. I giovani scimpanzé si divertono a lasciarsi andare dai rami alti afferrandosi ai più bassi appena prima di cadere a terra. I giovani mammiferi della maggior parte delle specie, non solo la nostra, passano una gran quantità di tempo a rincorrersi tra loro e ad azzuffarsi per gioco, e anche loro, in genere, preferiscono la posizione più vulnerabile.

Dal punto di vista dell’evoluzione, l’ovvia domanda da porsi a riguardo è: perché esiste il gioco rischioso? Può provocare lesioni (anche se quelle serie sono rare) e persino (molto raramente) la morte, dunque perché non è scomparso con la selezione naturale? Il fatto che ciò non sia successo dimostra che i benefici devono essere maggiori dei rischi. E quali sono i benefici? Ricerche di laboratorio effettuate sugli animali ci danno qualche suggerimento.

I ricercatori hanno escogitato dei modi per privare del gioco alcuni cuccioli di topo durante una fase cruciale dello sviluppo, senza privarli di altre esperienze sociali. I topi cresciuti in questo modo presentano difficoltà emotive. Quando posti in un ambiente nuovo, reagiscono con paura eccessiva e non riescono ad adattarsi e a dedicarsi all’esplorazione come i topi normali. In compagnia di uno sconosciuto alternano paura paralizzante ad aggressioni inappropriate e inefficaci. In esperimenti precedenti si erano ottenuti risultati simili privando del gioco giovani scimmie (ma non si avevano gruppi di controllo buoni come nei successivi esperimenti con i topi).

Questi risultati hanno contribuito alla formulazione della teoria della regolazione emotiva del gioco, vale a dire la teoria secondo cui la principale funzione del gioco è insegnare ai piccoli mammiferi come calibrare paura e rabbia. Nel gioco rischioso i piccoli si somministrano una quantità di paura che sono in grado di gestire, e sperimentandola si allenano al sangue freddo e al comportamento adattativo. Imparano a gestire la propria paura, superarla e uscirne vivi. Nell’azzuffarsi per gioco possono anche provare rabbia, se uno dei due accidentalmente fa male all’altro. Ma per continuare a giocare, per continuare a divertirsi, devono superare quella rabbia. Se passano all’aggressione, il gioco è finito. Quindi, secondo la teoria della regolazione emotiva, il gioco, tra le altre cose, è il modo in cui i piccoli di mammifero imparano a controllare paura e rabbia in modo da potersi confrontare con i pericoli della vita reale e interagire a stretto contatto con gli altri, senza soccombere alle emozioni negative.

Le conseguenze negative della privazione del gioco qui e ora
Sulla base di tali ricerche, Sandseter ha scritto, in un articolo del 2011 apparso sulla rivista Evolutionary Psychology: “Si potrebbe osservare, nella società, un aumento di nevrosi o psicopatologie, se ai bambini non viene permesso di prendere parte a giochi rischiosi adeguati all’età”. Lo scrive come se fosse una previsione per il futuro, ma ho esaminato alcuni dati (in Free to Learn e altri scritti) che indicano che questo futuro è già arrivato, e già da un po’ di tempo.

In breve, eccone la prova. Negli ultimi sessant’anni abbiamo assistito, nella nostra cultura, a un continuo, graduale, ma decisamente netto declino delle opportunità dei bambini di giocare liberamente, senza il controllo degli adulti, e in particolare della possibilità di fare giochi pericolosi. Negli ultimi sessant’anni abbiamo anche assistito a un continuo, graduale, ma decisamente netto aumento di ogni tipo di disordine mentale infantile, specialmente di tipo emotivo.

Torniamo a esaminare l’elenco delle sei categorie di gioco rischioso. Negli anni cinquanta, persino i più piccoli si dedicavano con regolarità a tutti questi giochi, e gli adulti se lo aspettavano e lo consentivano (pur non essendone sempre felici). Oggigiorno, genitori che permettono giochi del genere sarebbero probabilmente accusati di negligenza dai vicini, se non dalle autorità statali.

Come digressione, a dire il vero, nostalgica, riporto qualche esempio di attività che svolgevo quando ero piccolo negli anni cinquanta:
– a cinque anni facevo giri in bicicletta con un amico di sei anni intorno al villaggio in cui vivevo e nella campagna circostante. I nostri genitori ponevano delle condizioni, come l’ora del rientro, ma non limitavano i possibili spostamenti. E naturalmente allora non c’erano cellulari, né altri mezzi per contattare qualcuno nel caso ci fossimo persi o fatti male.

– dall’età di sei anni, come tutti i ragazzi che conoscevo, portavo con me un coltello a serramanico. Lo usavamo non solo per intagliare, ma anche per giochi che ne prevedevano il lancio (mai l’uno contro l’altro).

– ricordo che a otto anni, con gli amici, trascorrevamo la ricreazione e la pausa pranzo lottando nella neve, nell’erba o su una ripida altura vicino alla scuola. Si facevano tornei gestiti in autonomia. Né insegnanti né altri adulti facevano caso alla nostra lotta, e di sicuro non intervenivano mai.

– a dieci e undici anni, con gli amici facevamo escursioni di tutto il giorno con pattini e sci sul lago che costeggiava il nostro villaggio nel nord del Michigan e si estendeva per 5 miglia. Organizzavamo gare e occasionalmente ci fermavamo sulle isole per accendere il fuoco e scaldarci, fingendoci coraggiosi esploratori.

– sempre a dieci e undici anni, mi fu permesso di manovrare, nella tipografia dove lavoravano i miei genitori, la grande, pericolosa pressa tipografica da caricare a mano. In realtà, spesso non andavo a scuola il giovedì (in quinta e in sesta) per stampare il settimanale cittadino. Gli insegnanti e il preside non si sono mai lamentati, almeno che io sappia. Penso che sapessero che stavo imparando in tipografia lezioni più preziose di quelle che avrei appreso a scuola.

Comportamenti di questo tipo erano all’ordine del giorno negli anni cinquanta. I miei genitori forse sono stati un po’ più fiduciosi e tolleranti di molti altri, ma non di molto. Quanto di questo sarebbe accettabile per gran parte dei genitori e altre autorità adulte attuali? Ecco dei dati che indicano quanto ci siamo allontanati: in un recente sondaggio a più di mille genitori nel Regno Unito, il 43% pensava che i minori di quattordici anni non dovessero uscire da soli, e la metà di questi pensavano che tale libertà non dovesse essere concessa almeno fino a sedici anni! Suppongo che più o meno si avrebbe lo stesso risultato effettuando il sondaggio negli Stati uniti. Esperienze che un tempo erano normali per un seienne ora non sono permesse neppure a molti adolescenti.

Come ho detto, negli stessi anni in cui abbiamo visto un drammatico declino della libertà di gioco dei bambini, in particolare della libertà di assumersi rischi, si è osservata un’altrettanto drammatica crescita dei disordini mentali infantili di ogni tipo. Questo risulta evidente in modo particolare analizzando i punteggi dei questionari usati per le valutazioni cliniche standard e somministrati in forma invariata per decenni a gruppi rappresentativi di bambini e giovani adulti. Queste analisi rivelano che, rispetto agli anni cinquanta, i giovani soffrono oggi di ansia e depressione a livello clinicamente significativo (per i parametri odierni) da cinque a otto volte in più. Proprio come la diminuzione della libertà dei bambini di assumersi rischi è stata continua e graduale, così lo è stato l’aumento delle psicopatologie infantili.

C’è dell’ironia in questa triste storia. Si privano i bambini del gioco libero e rischioso, a quanto pare per proteggerli dal pericolo, ma così facendo si spiana la strada ai problemi mentali. La natura predispone i bambini perché imparino da soli la resilienza emotiva tramite il gioco pericoloso, in grado di indurre emozioni. Alla lunga, si fa loro un danno maggiore ostacolando questo tipo di gioco piuttosto che permettendolo. Oltretutto, li si priva di divertimento.

Il gioco, per essere sicuro, deve essere libero, non forzato, gestito o sollecitato da adulti
I bambini sono altamente motivati al gioco rischioso, ma sono anche molto bravi a capire le proprie capacità ed evitare i rischi che non sono pronti ad assumersi, sia dal punto di vista fisico che emotivo. I nostri figli sanno molto meglio di noi ciò per cui sono pronti. Quando gli adulti fanno pressione o addirittura incoraggiano l’assunzione di rischi per cui non sono pronti, il risultato può essere un trauma, non il brivido. Ci sono grandi differenze tra bambino e bambino, anche tra coloro che hanno circa la stessa età, taglia e forza. Ciò che può dare i brividi a qualcuno è traumatico per un altro. Quando gli istruttori di educazione fisica esigono che tutti gli alunni a una lezione di ginnastica si arrampichino su una corda o una pertica fino al soffitto, alcuni bambini, per cui la sfida è eccessiva, subiscono un trauma e provano vergogna. Invece di aiutarli ad imparare ad arrampicare e sperimentare l’altezza, l’episodio li allontana per sempre da esperienze del genere. I bambini sanno, da parte loro, come procurarsi l’esatta quantità di paura che fa per loro, e perché questa conoscenza sia operativa devono essere in grado di autogestire il proprio gioco. [Tra parentesi, osservo che una percentuale relativamente piccola di bambini tende a sovrastimare le proprie capacità e a farsi male più di una volta nei giochi pericolosi. Questi bambini potrebbero aver bisogno di aiuto per apprendere la moderazione.]

La cosa buffa è che è molto più probabile che i bambini si facciano male praticando sport sotto la direzione di adulti, piuttosto che nei loro giochi autogestiti e scelti liberamente. Questo perché l’incoraggiamento degli adulti e la natura competitiva degli sport portano il bambino ad assumersi rischi, con eventuali danni per sé e per gli altri, che non sceglierebbero di assumersi nel gioco libero. E anche perché sono incoraggiati, in questi sport, a specializzarsi, e quindi a usare in modo eccessivo specifici muscoli e articolazioni. Secondo gli ultimi dati forniti dai Centri per la prevenzione e il controllo delle malattie statunitensi (CDC), più di 3,5 milioni di bambini all’anno, minori di quattordici anni, ricevono un trattamento medico per infortuni sportivi. Si tratta di circa un bambino su sette tra coloro che praticano uno sport giovanile. La medicina dello sport in età pediatrica è diventata un grande affare, grazie agli adulti che incoraggiano i giovani lanciatori di baseball a lanciare la palla tanto forte e tanto spesso da lussarsi il gomito, i giovani attaccanti di football a colpire tanto forte da procurarsi commozioni cerebrali, i giovani nuotatori ad allenamenti tanto frequenti e duri da danneggiare le spalle fino al punto di aver bisogno di interventi chirurgici. I bambini che giocano per divertirsi raramente si specializzano (apprezzano la varietà nel gioco) e si fermano quando si fanno male, o cambiano modo di giocare. Inoltre, visto che lo scopo è divertirsi, fanno anche attenzione a non fare male ai loro compagni. Gli adulti, che sono tutti presi dalla vittoria e magari sperano in un’eventuale borsa di studio, vanno contro i mezzi predisposti dalla natura per prevenire i danni.

Dunque, impediamo ai bambini di dedicarsi ai loro giochi emozionanti e scelti in autonomia credendoli rischiosi, quando in realtà non lo sono poi tanto e hanno più vantaggi che pericoli; e poi li incoraggiamo a specializzarsi negli sport competitivi, dove il pericolo di infortuni è in realtà piuttosto elevato. È tempo di riesaminare le nostre priorità.

Pubblicato e tradotto in italiano da Barbara Cerboni,
con il gentile permesso scritto da Peter Grey, Ph.d.
La ripubblicazione di qualsiasi parte di questo articolo è permesso solamente con il permesso scritto di Peter Grey, Ph.d.
Pubblicato originalmente come Risky Play: Why Children Love It and Need It

One Comment on “Il Gioco Rischioso, di Peter Grey

  1. Io ritengo che dovremmo distinguere tra EMOZIONE e RISCHIO.

    Ci sono attivita’ rischiose e noiosissime, ad esempio un lavoro ripetitivo in condizioni di sicurezza precarie e quando siamo sopraffatti dalla stanchezza per il lungo orario di lavoro (domandare ai tanti minorenni che purtroppo lavorano in catena di montaggio o nell’industria tessile, solo perche’ sono nati in una famiglia poco fortunata e in un paese poco fortunato). Ci sono viceversa tante attivita’ emozionanti ma non pericolose, dove l’unico rischio per i nostri figli e’ che si feriscano l’orgoglio. OK, anche il portafoglio dei genitori si fa male, anzi a volte ne esce proprio con le ossa rotte🙂

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