A scuola con lo zaino in spalla per un solo giorno

Una sparuta minoranza di italiani istruisce i propri figli a casa e a settembre celebra la giornata del “Not back to school day!”.…

gentilmente concesso dagli autori Mariella Dipaola e Matteo Della Torre
del sito UomoPlanitario.org

Zaino-in-spalla-per-un-giorno-ltifljrqtvmva1dsovhzw40tx6fjwigevhwhhyb26w

Apparteniamo a quella sparuta minoranza di italiani, neppure contemplata dalle statistiche ufficiali, che ha scelto di istruire il proprio figlio a casa. Questa scelta è parte di un mosaico, di un insieme di scelte di vita ispirate ai principi della nonviolenza declinati in svariati aspetti della quotidianità.
La nostra vita lavorativa è organizzata in modo tale che a casa ci sia sempre un adulto. La mattina il lavoro di grafico del papà consente simultaneamente di seguire un bambino che apprende. Al pomeriggio ci pensa la mamma, mentre il papà esce per lavorare fuori casa.

A settembre, ogni anno, celebriamo il nostro “Don’t back to school” con un singolare, divertente e simbolico rituale. Quest’anno abbiamo fatto il funerale all’astuccio. Quello classico, per intenderci. Quello con matite, penne, gomme, righello e temperino allineati perfettamente come soldatini sull’attenti. Noi aborriamo l’apprendimento in stile soldatini di piombo. Per noi l’astuccio rappresenta la metafora di un sistema educativo che costringe l’immaginario dei bambini all’interno di anguste griglie mentali.

Le nostre giornate scorrono cercando di imparare senza tormenti. Perché non “vale la pena che un bambino impari soffrendo quel che può imparare ridendo”. (Gianni Rodari) Abbiamo scelto di fare l’esame di idoneità ogni anno per educare nostro figlio al senso di responsabilità. Perché si può passare molto tempo in maniera rilassata, ma come affermava Alexander S.Neill, “ i bambini intelligenti si mettono d’impegno e studiano quanto è necessario per superare gli esami”. In effetti, come sosteneva Gandhi – che con le sue raffinatissime riflessioni sull’educazione dimostrò di saper essere anche un grande e lungimirante pedagogista – un’istruzione imperniata sul learning by doing è più efficace di mille astrazioni e riduce considerevolmente i tempi di apprendimento.

Anche quest’anno, dunque, per un solo giorno, zaino in spalla, ci dirigiamo verso la scuola prescelta per sostenere l’esame di idoneità e passare formalmente in quarta. Conosciamo bene la scuola. Personalmente perché è stato il mio luogo di lavoro come insegnante lo scorso anno e perché nostro figlio ha già sostenuto l’esame per il passaggio in terza.

Abbiamo scelto questa scuola dopo un’esperienza agghiacciante in un altro istituto dove nostro figlio è stato trattato senza alcun riguardo (tranne che da una insegnante, della quale abbiamo stima) da persone incapaci di accoglienza, accettazione della diversità – di pensiero e di stili di vita – e apertura al nuovo atteggiatesi penosamente a docenti universitarie, che hanno esaminato – per due giorni e per un totale di sei ore – un bambino di classe prima come uno scarabeo sotto una lente d’ingrandimento. Porte chiuse e nessuna possibilità di contatto con la famiglia. In un ambiente così ansiogeno il piccolo, davanti a un rimprovero, non è riuscito a trattenere le lacrime e in seguito ci ha confidato di aver speso energie mentali nel tentativo di trovare un valido escamotage per fuggire da quel luogo angosciante. Il bilancio complessivo di questo primo fugace  e traumatico contatto con la scuola primaria puó considerarsi ampiamente negativo e sono stati necessari molti giorni per liberarci dalle sensazioni sgradevoli che un ambiente così malsano ci ha attaccato addosso.

Questa disavventura ha lasciato inorridita la preside della scuola dove nostro figlio ha sostenuto l’esame di idoneità del secondo e terzo anno e dove si sente davvero a suo agio. Ho avuto modo molto spesso di parlare di pedagogia con la preside avvertendo la piacevole sensazione di affinità intellettuale.

Dal primo scambio di idee ho compreso di essere di fronte a una donna sensibile, coltissima, amante dell’arte e della creatività, capace di dialogo sincero e soprattutto al servizio dei bambini. Nel suo ufficio gli alunni possono muoversi liberamente, gironzolare e posare i loro sguardi furbi e curiosi in ogni dove. A volte vi si introducono per offrirle qualcosa di buono preparato nei laboratori insieme alle insegnanti (un dolcetto, un torroncino, leccornie varie) o per intervistarla, anche sottoponendola a domande imbarazzanti, come solo i bambini sanno fare.

Ricordo, quando le ho parlato della scelta di homeschooling, la sua curiosità: “Ma siete tanti?”. “I numeri sono in crescita – le dico – e sono il sintomo evidente di una incapacità della scuola di far fronte alle istanze della parte più evoluta e critica della popolazione che sta assumendo il ruolo di “spina nel fianco” di un sistema profondamente in crisi”.

Dopo aver ascoltato con sincera apertura il nostro punto di vista, inaspettatamente e oltre ogni nostra possibile immaginazione, la preside getta la carta della sua proposta di “istruzione flessibile”: perché non portare a scuola l’homeschooling? Francesco e il suo papà potrebbero venire a scuola almeno una volta alla settimana per uno scambio di esperienze. Una bella sfida che, per questioni organizzative, non ancora abbiamo potuto cogliere, ma che ci riserviamo di accettare nel prossimo futuro.

Nella nuova scuola l’esame si è svolto in maniera differente. Il materiale che durante tutto l’anno abbiamo elaborato a casa in fase di apprendimento è stato molto apprezzato. I podcast, le presentazioni, i video montati dal nostro piccolo videomaker, le foto, i disegni, le storie fantastiche, l’impegno ecologista in prima linea di tutta la famiglia hanno entusiasmato le tre insegnanti della commissione esaminatrice. Tutto il materiale che produciamo durante l’anno viene attentamente intrecciato con le discipline “canoniche”, che attraverso un processo di personalizzazione, unito a una visione globale dei saperi, acquista un senso per chi apprende. Spieghiamo ad una delle insegnanti che noi il fiume lo abbiamo studiato sul letto di un fiume in secca. Abbiamo raccolto sassi da dipingere e fatto qualche lancio, fingendo di avere tra le mani una palla da baseball, sport che nostro figlio pratica a livello agonistico. La maestra si è rabbuiata e con amarezza ha commentato: “Proprio come dovrebbe essere idealmente la scuola”.

Proseguiamo descrivendo le giornate del nostro piccolo homeschooler. Raccontiamo del suo orto sul balcone e della sua passione per le piante. Questo suo interesse lo spinge ad approfondire molti ambiti del sapere scientifico attingendo materiale di consultazione dal Web e dalla fornitissima biblioteca familiare: dalla composizione del terreno all’agricoltura biologica, dai pesticidi alla sana alimentazione, dal risparmio idrico, all’inquinamento delle acque. Facendo scuola così sai da dove parti, ma non conosci mai quale sarà l’approdo e dovrai arrenderti, come adulto, all’idea che non sai tutto e che quello che non sai va cercato insieme.

Francesco è anche il più piccolo redattore di uomoplanetario.org, il nostro sito di informazione ecologista e nonviolenta. Alcune pubblicazioni di articoli vengono affidate a lui. Sulla piattaforma Francesco deve destreggiarsi tra titoli, riassunti, tags, caratteri da sistemare, foto da trattare e link. Un buon metodo per fare italiano senza mortificanti astrazioni. Ultimamente come redattore è stato impegnato in una pubblicazione importante. Si trattava di un invito di Peacelink.it a firmare una petizione sui reati ambientali. Così facciamo italiano e informatica. Ma cerchiamo anche di tirare fuori (educere) un cittadino critico, attivo, sollecitandolo ad analizzare una realtà complessa, a cogliere i nessi che legano le azioni e gli eventi. Perché l’istruzione non può limitarsi a insegnare a leggere, scrivere e fare di conto. E’ in gioco il nostro futuro. Per tutelare il nostro pianeta abbiamo bisogno di giovani teste pensanti!

In cucina Francesco impara a gestire, ancorato saldamente alla realtà, pesi, misure e relative e equivalenze. Durante la lavorazione al nostro ibook “Cucina Green” nostro figlio è stato un ottimo addetto al settore luci. Ha appreso l’arte della fotografia, della composizione e in particolare della tecnica dello still life. Fotografare piatti curando l’immagine nei dettagli è stata un’occasione durata mesi per stimolare in maniera intensiva il suo senso estetico e la cura dei dettagli.

Tra l’erba, sul campo da baseball, Francesco impara a misurare se stesso, i suoi limiti e i suoi punti di forza. Apprende il senso del gioco di squadra, della collaborazione, dell’autodisciplina orientata ad uno scopo, della responsabilità personale. Comprende che ciascuno ha un ruolo preciso e tutti si aspettano da tutti il meglio e il massimo impegno.

Arriva il momento delle verifiche scritte. Prova di italiano, matematica, storia, geografia. Segue un disegno. Francesco se la cava egregiamente superando l’esame in maniera brillante. Le insegnanti hanno espresso un giudizio ampiamente positivo sul lavoro svolto.

Bilancio, dunque, nel complesso più che positivo per l’esame in sè. Qualche affermazione perplessa o infelice di alcune insegnanti non è mancata. L’homeschooling per tutte all’inizio sembra fare l’effetto di una tegola sulla testa. Finito lo shock cominciano a porre domande: “Ma il confronto tra pari è naturale. E la competizione?” – obietta qualcuna. In merito alla competizione cito Mario Lodi e la sua ferma convinzione che l’unica sana competizione debba essere quella con se stessi allo scopo di migliorarsi. Una maestra mi guarda perplessa. Poi le pongo io una domanda: “Cosa c’è di naturale in un ambiente in cui 25 bambini della stessa età stanno seduti nello stesso posto per 5-6 ore in media, costretti dalla disciplina scolastica e dalla violenza dell’autorità magistrale a fare cose che perlopiù non interessano?”. Lei, di rimando, svicola e approfittando dell’arrivo di un’altra collega mi saluta. Un’altra a bruciapelo mi dice: “Ma come mai questa scelta proprio tu che sei un’insegnante?”. La mia risposta arriva lapidaria: “Ho fatto questa scelta proprio perché sono un’insegnante e riesco a mettere a fuoco molto bene tutte le storture del sistema che ho modo di osservare dall’interno”.

Al di là di del modesto numero di colleghe che ha compreso la portata e la profondità dell’homeschooling, quello che in questa occasione abbiamo potuto ancora una volta riscontrare è che, nella maggior parte dei casi, il mondo magistrale sembra essere ermeticamente chiuso al nuovo, ripiegato su posizioni difensive sterili e anacronistiche e su una pratica didattica che non mostra volontà alcuna di fare pace con la parte sana della moderna e autorevole teoria pedagogica.

Nelle lunghe passeggiate nella natura noi guardiamo e tocchiamo i fiori, le piante e gli alberi. E ogni volta mi viene in mente un’affermazione: “Nel mondo brulicante, colorato e vivente i fenomeni sono associati diversamente da come li presentano i manuali”. (H. Roorda)

Poi penso all’idea di lezione, ancora incompiuta, di Celestin Freinet “fuori dall’aula” per “partire non più dai manuali, ma dalla vita”. Ma la realtà vissuta ogni giorno nelle scuole da milioni di bambini è diversa. I fiori non si toccano, non si annusano, ma si disegnano o se ne incolla la fotocopia su un arido foglio di carta.

>>>LEGGETE L’ARTICOLO ORIGINALE

Autori: Mariella Dipaola e Matteo Della Torre –una pedagogista-insegnante e un profondo conoscitore del pensiero gandhiano.  A loro la parola:


Abbiamo provato a fondere questi due patrimoni per proseguire le ricerche lungo la direzione della nonviolenza applicata all’educazione cercando delle risposte a una domanda: è possibile ridurre l’evidente ed elevato contenuto di violenza, spacciato per educazione, che investe l’essere umano dal momento in cui viene al mondo per accompagnarlo lungo tutto il suo percorso di crescita e sviluppo? Prima che nostro figlio nascesse avevamo già deciso che aveva diritto ad una “nascita dolce”. Non potevamo accettare che venisse maneggiato come un pacco e che l’esperienza naturale del parto potesse essere sopraffatta dal quel processo patologico di medicalizzazione che paradossalmente considera la nascita un morbo da curare. Abbiamo remato controcorrente e ci siamo opposti a questo sistema.

Poi è venuto il momento dell’istruzione. Anche in questo ambito non potevamo subire un sistema che tende, tranne lodevoli eccezioni, a porsi quale entità strutturata come una prigione che costringe i suoi piccoli utenti, per almeno cinque ore al giorno e per quasi tutto l’anno, in uno stato di “cattività”, a subire come in un girone dantesco un sapere neutro, lontano dalla vita reale e dagli interessi di ciascuno e ad attendere passivi, annoiati e rassegnati l’agognata festività o vacanza, quale momento di gioia e liberazione dall’oppressione quotidiana.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: