Il sistema scolastico è al passo con le esigenze dei singoli e della società?

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Il sistema scolastico è al passo con le esigenze dei singoli e della società?
Da molti versanti si inneggia e si auspica alla rivoluzione dei paradigmi. C’è chi parla di aggiornamento e chi di evoluzione. Le spinte provengono da più fronti: dalle famiglie, dagli insegnati, da spicchi di società.

Pare che il titolo di studio non sia più in grado di fornire ed attestare le competenze e, per dirla con le parole di Ken Robinson,
 
“Esistono molte persone che trascorrono l’intera esistenza, senza una reale consapevolezza delle proprie capacità: incontro un mare di individui convinti di non essere bravi in niente. Il fenomeno, di conseguenza, si traduce in una crisi di risorse umane, ” [10 febbraio Ted.com]
 
Più che di crisi economica, siamo di fronte ad una crisi sociale, quasi esistenziale.
 
È riduttivo parlare dei singoli casi quotidiani, si tratta dell”intero sistema scolastico e, ancor oltre, del sistema sociale consumistico e omologante, volto a creare menti da riempire. Come si diceva, è riduttivo parlare di singoli episodi, ma nella sua microportata è esaustivo. Partiamo, per esempio, dalla rigidità degli orari scolastici applicata in modo frammentato (50 minuti di questa materia – suono della campanella – 50 minuti di un’altra materia – suono della campanella – e cosi via). Non ci sono margini di elasticità, né rispetto delle esigenze. Un sistema palesemente inefficace, tra l’altro nemmeno coerente con le dinamiche del mondo del lavoro.
 
C’é poi una sorta di gerarchia tra le materie scolastiche, tale per cui gli ambiti scientifici o umanistici risultano più importanti delle sfere creative di applicazione. Questo è un altro postulato con deboli fondamenta, ma che purtroppo continua a tramandarsi per inerzia. È un meccanismo idoneo per creare accademici, ma non viene incontro alle necessità di creatività delle moltissime altre sfere di competenza lavorative (e non) e, soprattutto, risulta frustrante e innaturale laddove si tratti di  bambini e ragazzi (ossia di una fascia d’eta biologicamente predisposta all’attività fisica, manipolativa, esplorativa e creativa).
 
La spontanea reazione a questo anacronistico status quo proviene da sempre maggiori direzioni: tramite, per esempio, la creazione di scuole libertarie; l’aumento di famiglie che scelgono di seguire un percorso di educazione parentale; gli spunti di approfondimento da sempre più numerosi esponenti e tramite la creazione di realtà maggiormente a misura di uomo.
 
Senza pretesa di esaustività, tra gli esponenti potremo citare Sir Ken Robinson del quale citiamo alcuni tratti salienti della conferenza TED del 2010 “changing education paradigms”, nella quale si è soffermato a parlare del pensiero divergente e della necessità di ripensare il sistema scolastico. L’enunciazione del problema fondamentale viene portata avanti mettendo a nudo in poche battute l’inadeguatezza del sistema educativo contemporaneo
 
 «Il punto è che il nostro sistema educativo è stato progettato e pensato per un’epoca diversa, è stato sviluppato nella cultura intellettuale dell’illuminismo, e nelle circostanze economiche della prima rivoluzione industriale. Prima del XVIII° secolo non c’erano sistemi di educazione pubblica, al massimo si poteva essere istruiti dai Gesuiti se uno, fortunatamente, aveva i soldi. L’idea di un’educazione pubblica, pagata attraverso le tasse, obbligatoria per tutti e gratuita per chi la riceve, è stata un’idea rivoluzionaria, e molti erano contrari ad essa, dicendo che non era possibile per i figli delle classi lavoratrici beneficiarne, ritenendoli geneticamente incapaci di leggere e scrivere; quindi, perché spendere tempo, su quest’utopia?
 
Si tratta di considerazioni che alla base hanno un’idea precisa della struttura sociale piramidale delle capacità. Il sistema d’istruzione sviluppatosi è stato guidato da un imperativo economico di quell’epoca, e da un modello cognitivo, quello dell’Illuminismo, secondo cui l’intelligenza è basata sul ragionamento deduttivo e sulla conoscenza dei classici, sviluppando così un’abilità ‘di tipo accademico’. E questo è nei ‘geni’ dell’istruzione pubblica, che divide le persone in due tipi di profili:l’accademico e il non accademico, l’intelligente e il non intelligente. La conseguenza è che molte persone brillanti pensano di non esserlo affatto, perché sono state giudicate attraverso questa specifica visione della mente e dell’intelligenza»
 
e ancora
 
«C’è uno studio sul pensiero divergente:il pensiero divergente non è la stessa cosa della creatività. Io definisco la creatività come il processo che genera idee originali che hanno un valore, il pensiero divergente è comunque una capacità essenziale per la creatività: è l’abilità di vedere molteplici risposte ad una medesima domanda.
 
Ci sono dei modi per misurare tutto questo. Ad esempio un test che chiede quanti modi ci sono per utilizzare un fermaglio per la carta. La gente ‘normale’ trova dieci o quindici modi diversi per usarlo. Coloro che utilizzano un pensiero divergente possono trovare addirittura 200 risposte (lo fanno ad esempio chiedendosi: “può essere che il fermaglio per la carta sia alto dieci m e fatto di schiuma di gomma?”). Insomma, non deve essere un fermaglio come lo intendiamo normalmente. Questo test è stato fatto a 1500 persone ed è riportato in un libro che s’intitola “breakpoint and beyond”: nel sistema di valutazione di questo libro, se sei sopra un certo valore sei considerato un “genio del pensiero divergente”.
 
La mia domanda è: quante delle persone testate hanno superato questo limite? Preciso che le persone sottoposte al test erano bambini della scuola materna. Ebbene, la percentuale era del 98%! Poiché era uno studio a lungo termine hanno ri-testato gli stessi bambini 5 anni dopo, tra gli 8 e i 10 anni e poi di nuovo tra i 13 e i 15 anni. Beh, di solito cominci che non sei molto bravo e poi, crescendo, migliori; invece in questo caso è accaduto esattamente il contrario!
 
Questo studio dimostra quindi due cose, la prima è che tutti abbiamo questa capacità innata e che nella maggior parte dei casi si deteriora. A questi bambini succedono molte cose in dieci anni, ma la cosa principale è: che vanno a scuola! E a scuola gli viene detto che c’è una risposta sola, che si trova alla fine del libro. E che non devono guardare! E tanto meno copiare, perché copiare significa imbrogliare. Invece, fuori dalla scuola, questa è chiamata collaborazione. Ciò accade, non perché gli insegnanti lo vogliono, ma perché è parte del ‘DNA del sistema scolastico’.»
 
O ancora il nostrano Maurizio Parodi , dirigente scolastico e pedagogo il quale spiega quanto sia
 
“Impensabile la declinazione dei contenuti, delle tecniche, dei tempi, dei valori stabiliti (più probabile la declamazione degli stessi); l’insegnamento spezza la continuità del processo cognitivo sviluppatosi naturalmente, scomponendo e parcellizzando l’apprendimento, ma non si piega alle necessità, alle domande e alle istanze locali e individuali: la scuola resta indefettibilmente fedele a se stessa. Così prepara all’ingresso in una società che non esiste più e che forse non è mai esistita.
 
Aprirsi significherebbe perdere la propria identità, patire inquinamenti, compromettere equilibri, subire turbamenti: meglio evitare (… la vita) e concentrarsi sulla (tetra) rappresentazione scolastica di fenomeni ed eventi che, sezionati in ambienti (emozionalmente) sterile, possano essere assimilati senza timori di contagio, fornendo a tutti, indistintamente, il necessario nutrimento cognitivo, rigorosamente omogeneizzato (il trattamento, terribile, riservato agli animali in batteria e in regime di alimentazione forzata).
 
Il sapere è quello che trasmette la scuola. I ruoli sono stabiliti con chiarezza: l’insegnante insegna, lo studente studia; l’insegnante ordina, lo studente esegue; l’insegnante parla, lo studente ascolta; l’insegnante interroga, lo studente risponde. La sola responsabilità attribuita allo scolaro è quella di corrispondere alle richieste e alle aspettative (non sempre esplicite e chiare) dell’apparato.” gli adulti dono bambini andati a male”
 
Il discorso non si esaurirebbe qua, ma vogliamo dedicare ancora un cenno ad una realtà nata in Francia e fondata da Xavier Niel: “l’école 42” una scuola di informatica, gratuita, della durata di 3 anni alla quale si può accedere a prescindere dal  possesso di un titolo di studio . L’ingresso prevede una selezione  meritocratica  e pone come unico requisito l’età (dai 18 ai 30 anni). L’apprendimento è attivo, fattuale e al passo con i tempi.
 
Una fattispecie che si spera prenda piede in modo più ampio.
 

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